ArteFiera Bologna 2019

Menti creative: le 5 opere che non potete perdervi

Fiera è per definizione un convegno periodico, molto spesso annuo, di venditori e compratori. Ed è proprio questo, a mio parere, il concetto che sta alla base di uno degli eventi più popolari del capoluogo emiliano: ArteFiera, la fiera dell’arte, per lo più contemporanea.

Due padiglioni (il 25 e il 26) ospitano almeno una cinquantina di “espositori” ognuno: varie gallerie d’arte, molte di matrice bolognese, hanno organizzato piccole stanze ( alcune collegate tra di loro in complicati labirinti) piene di quadri, sculture, installazioni di artisti famosi (come Morandi, de Chirico) e nuove stelle emergenti del pennello/ scalpello.

Spesso con cornici imponenti, i quadri sono accompagnati solo (e anche questo non è detto) da una piccola targhetta riportante il nome dell’artista e il titolo del quadro.

Per ulteriori informazioni bisogna rivolgersi al personale addetto ai vari “stand”, nonché ai dipendenti o proprietari della galleria d’arte che ha esposto i propri quadri al pubblico. Non tutti sono però sempre disponibili poiché impegnati in trattative e discussioni con signorotti distinti dai vestiti eleganti e ricercati.

Insomma, l’idea che si percepisce girovagando per ArteFiera è quella di essere ad un mercatino di arte (di lusso però). Con questo non voglio insinuare che il tour in generale non sia piacevole, anzi…. tuttavia è sempre importante ricordare ai visitatori di non aspettarsi una mostra, un’esposizione. Piuttosto il mood con il quale si dovrebbe attraversare i padiglioni è quello da cacciatori di offerte: tra la gente e la confusione si nasconde, quasi sicuramente, l’affare perfetto per abbellire il salotto di casa.

Per questo visitare ArteFiera diventa più un gioco dove il pubblico è “obbligato” ad interpretare il messaggio dell’artista e quindi il significato dell’opera esposta. Gioco divertente e a volte anche molto produttivo perché alla fine si sa: il capolavoro è tale solo se parla e comunica qualcosa a chi lo guarda. Le opere devono sedurre, sfidare, insultare, criticare, elogiare il proprio pubblico.

Ecco le 5 opere che mi hanno sussurrato all’orecchio:

Bananeto (purtroppo non so il nome dell’artista) L’opera in questione è la sorella di altre “sculture” su piani sia orizzontali sia verticali. Tutte raffigurano con questi colori vivaci terreni e suoli di vari continenti e condizioni climatiche: tropicale, invernale e autunnale, un fondale marino (con alghe e conchiglie). Mi è piaciuta l’idea, non scontata, di valorizzare la bellezza della natura non utilizzando il classico paesaggio ma la terra battuta in tutta la sua umiltà, ovvero il terreno che calpestiamo, quello che poi è la nostra forza e sicurezza.

Una semplicissima porta/sportello con una maniglia incollata (oltretutto malamente). Semplice ma efficace. Per me questo quadro urla: “ tu solo hai la chiave per aprire la porta del Paradiso”

Un nodo. Bianco. Elegante. Eppure a me i nodi hanno sempre fatto pensare ad un groviglio, molto difficile da sbrigliare. Un nodo così sinuoso e armonioso pare quasi un ossimoro. Che contrasto mozzafiato!

Creare Linguaggi determina la nascita di nuovi Mondi

Il titolo dell’opera (senza il quale forse non avrei apprezzato così tanto il tutto) è: “Creare Linguaggi determina la nascita di nuovi Mondi“. Penso sia proprio vero!

Potrà sembrarvi banale ma ho sempre sognato di studiare in una libreria così.

La signora dello Zoo di Varsavia

Quando le bestie non sono gli animali

Approfitto di una ricorrenza importante per parlare di un’ opera d’arte che è stata fatta da persone, sì, ma che non consiste in una tela, scultura o brano musicale. Essa consiste nell’animo umano e le sue gesta. Quella che vi racconterò è la storia di una famiglia, gli Żabiński, che ha rischiato la propria vita per la civiltà, per l’amore.

Ieri era la Giornata della Memoria. L’Olocausto è infatti una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.

Nessuno, credo, in queste occasioni riesca mai a trovare parole adeguate per esprimere i propri sentimenti. Sicuramente c’è rabbia, almeno nel mio cuore sì. La ferita è ancora aperta; in realtà non dovrebbe proprio cicatrizzarsi. Allo stesso tempo però, sono ben consapevole del fatto che questo mio, nostro, rancore sia sterile, del tutto inutile. Per questo motivo, con tanta pazienza e forza di volontà, cerco di individuare nei giorni bui, soprattutto quelli macchiati dal sangue della Shoah, ‘il bicchiere mezzo pieno’. Per facilitare codesto ardo compito ho deciso di guardare uno sceneggiato trovato sul web sotto una delle svariate infinite voci “lista dei 100 film migliori del.. (fill the gap as you want) “.

Il film in questione è La Signora dello zoo di Varsavia (2017), tratto da una storia vera.
Il film si apre con una scena a dir poco agghiacciante (non sto parlando degli effetti scenici, i quali a mio parere sono pazzeschi): il bombardamento dello zoo di Varsavia il 1° settembre 1939, data a cui risale l’invasione nazista della Polonia. In quell’occasione molti animali furono uccisi, feriti dagli ordigni. Jan Żabiński e sua moglie Antonina, i proprietari della struttura, si videro costretti ad abbattere gli animali feroci, che potevano diventare un pericolo se, in seguito ad un altro attacco, fossero fuggiti, vagando liberamente in città.

Lo zoo, completamente vuoto, divenne ben presto una base militare tedesca (a quanto pare le gabbie degli animali erano particolarmente utili in materia di strategia bellica, ma io purtroppo/per fortuna me ne intendo poco). Nonostante il dolore per la perdita dei loro amati animali, Jan e Antonina approfittarono della loro posizione per aiutare gli altri.

Jan fu nominato dall’esercito tedesco sovrintendente ai parchi di Varsavia: una perfetta opportunità per aiutare la comunità ebraica, perché la carica gli dava libero accesso al ghetto degli ebrei, rimanendo in contatto con i suoi amici e colleghi, confinati in quella zona della città, ai quali riusciva a portare cibo e notizie.

Nel frattempo, con la scusa di procurare cibo alle truppe naziste,
gli Żabiński chiesero il permesso, che poi ottennero, di allevare maiali nello zoo ormai vuoto. Li avrebbero nutriti con il cibo degli ebrei, ovvero con la spazzatura raccolta dal ghetto.

Jan iniziò così ad andare avanti ed indietro tra la zona ebrea e quella ariana della città. Nascondeva nel suo furgoncino, tra i rifiuti, alcuni ebrei, che poi ospitava in casa o ai quali procurava documenti falsi affinché riuscissero a fuggire.

Le gabbie vuote dello zoo divennero dei rifugi temporanei per quegli ebrei che non trovavano altro luogo dove nascondersi.

La storia di Jan Zabinski e sua moglie Antonina 21

Per avvisare gli “ospiti” di un pericolo, Antonina suonava al pianoforte un’aria di Offenbach: al suono di “Vai, vai a Creta” i clandestini correvano a nascondersi nelle gabbie, in soffitta, o in un piano interrato sotto al giardino, attraverso un tunnel segreto.

Durante gli anni della guerra Jan Żabiński ( attivista anti-nazista già prima dell’invasione) ebbe un ruolo attivo nella Armia Krajowa, il principale movimento di resistenza polacca, partecipando anche alla rivolta di Varsavia, nel 1944. Fu in quell’occasione arrestato e portato in un campo di concentramento, ma la moglie proseguì l’attività di assistenza agli ebrei, aiutata dal giovane figlio Ryszard. Fortunatamente Jan sopravvisse, e riuscì ad assistere alla cerimonia di riapertura dello zoo, nel 1949.

Storie come quella degli Żabiński meritano di essere conosciute e di essere prese come esempio. A volte tendiamo a dimenticarci che l’arte non è solo pennello e scalpo, ma l’uomo stesso e la purezza del suo animo.


L’arte non ci insegna nulla, salvo il significato della vita.

(Henry Miller)

Jan e Antonina

Breve nota piena di rancori: Chi crede alla circolarità della storia, sicuramente troverà una conferma nelle due foto successive: prigionieri di guerra tedeschi chiusi in delle gabbie dello zoo di Anversa.

La storia di Jan Zabinski e sua moglie Antonina 11

Nazisti allo Zoo:

La storia di Jan Zabinski e sua moglie Antonina 12

Largo al Lardo d’Avanguardia

I bimbi di tutte le generazioni sono cresciuti con un’idea ben precisa del pittore: quel genio dal camice bianco tutto sporco e dipinto, magari con i baffi neri ed il cappello, anch’esso bianco, inclinato sul capo secondo la moda parisienne. Al di là dell’aspetto fisico, il pittore è sempre munito di tela, pennello e la tipica tavolozza circolare piena di colori, e basta. Per questo ci si sorprende quando l’artista esce dagli schemi tagliando il suo prezioso strumento-quadro o semplicemente utilizzando nuovi materiali. Ciò è successo ad una classe di V Liceo in gita scolastica al Museo Hamburger Bahnhof di Berlino.

Prima reazione: schifo.

Ci si avvicina.

Seconda reazione: ma che puzza!

Ci si allontana, inorriditi.

Terza reazione: ma che è questo obrobrio!?

Si domanda alla guida una doverosa spiegazione.

Questa risponde alla domanda con occhi sognanti: è il lardo di Beuys. Vaneggia!

Grossi “sassi” di un colore giallognolo sono disposti caoticamente lungo la sala del Hamburger Bahnhof Museum di Berlino.

L’esperto, intuendo di aver attirato l’attenzione su di sé o meglio sull’opera, inizia la lezione.

“Per prima cosa è importante comprendere il pensiero dell’artista, ovvero ciò che lo ha spinto a dar vita ad una ‘mostruosità’ del genere” dichiara solennemente la guida.

“Beuys più che un artista fu un vero e proprio ribelle. Egli insisteva nell’affermare che il nostro sistema economico era ed è fondato sul saccheggio delle risorse naturali”

Ci risiamo…un altro ambientalista!

“Attenzione però!”. Quasi grida, capendo di aver perso l’interesse della scolaresca, che si guarda attorno annoiata “Beuys non scende in piazza a protestare. Sceglie la cosa che più gli apparteneva, che più pensava di possedere. L’arte. Quale miglior mezzo per un’azione politica?”

“Per questo motivo quando gli fu chiesto di realizzare un’opera eco-friendly in un pozzetto in cemento inutilizzato, decise di riempirlo di lardo di maiale. Comprò chili e chili di lardo di maiale. Lo rovesciò nel grigio contenitore calcificato e aspettò che si solidificasse per poi estrarlo”.

“Quanto impiegò il lardo di maiale ad indurirsi?” chiese Eleonora, la più sveglia della classe. “Bella domanda! Non lo so e neanche Beuys lo sapeva! Per questo fece inserire nel lardo uno strumento, una specie di termometro, che indicava costantemente la temperatura. Questo macchinino è ancora inserito nel lardo”. La guida si spostò un po’ di lato, indicando un punto alle sue spalle.

Matteo vedendo dei numeri rossi lampeggiare nello screen dello strumento, non riuscì a trattenersi dal domandare: “Funziona ancora?”

“Ebbene sì cari ragazzi! Il termometro seguita a funzionare ed è tenuto acceso appositamente. Se lo osservate con attenzione vedrete i numeri segnati dall’apparecchio cambiare. Sono diversi in estate e in inverno; di giorno indicano una certa temperatura, di sera un’ altra ancora. Oggi così, domani colà”.

Gli studenti si scambiarono sguardi perplessi, sbigottiti.

“Cari fanciulli, non vi è altra spiegazione: la statua di lardo vive!”.

Opera: Lardo di Joseph Beyus